domenica 15 aprile 2018

comincia un altro count-down

Comincia, è cominciato giovedì pomeriggio, quando ho consegnato a Toni la pendrive con i file del nuovo libro, con la foto per la copertina e le prefazioni alle due parti in cui il volume è diviso: storie umane e storie non umane. Ora bisogna pensare al roadshow, alle presentazioni.
Una sicuramente a Pozzallo, dove la Libraia "non vede l'ora". Un paio a Palermo, una sicuramente a Catania alla Mondadori. E dopo?
Se fate parte di un circolo letterario, invitate Todo Mundo II.

giovedì 5 aprile 2018

dune buggy

Viaggiavo, sulla via del ritorno. Ero su un viadotto, dalle casse dello stereo pompava forte un pezzo dei Pearl Jam, facendo vibrare i pannelli negli sportelli.
Ha squillato il telefono, era il mio capo. Ho rallentato, mentre lui parlava guardavo a sinistra il mare che scorreva sotto al viadotto.
Quello ha parlato da solo per cinque minuti buoni, ogni tanto dicevo sì o no tanto per far capire che ero vivo e non avevo interrotto la chiamata.
Poi ho visto lo svincolo, ho rallentato e messo la freccia per uscire, seguendo le curve fino al bivio al mare.
Sono passato nel sottopasso ferroviario, le piogge delle settimane precedenti lo avevano trasformato in un laghetto e un torrentello scorreva fino alla spiaggia.
Ho seguito il lungomare per un po’, poi ho chiuso la telefonata con il capo “sto entrando in galleria, ti chiamo dopo”, quello ha risposto ok, io ho pensato fanculo.
Ho parcheggiato, sono sceso dall’auto e mi sono fatto bagnare dal sole; era velato, un sole adolescente di aprile, ho buttato la giacca sul sedile e ho cominciato a camminare sul marciapiedi che era ancora invaso dalla sabbia delle mareggiate invernali.
Scrutavo il mare, le piccole onde che si spiaggiavano delicatamente con un timido rumore di risacca, un paio di gabbiani inventavano coreografie volanti, tutto sembrava quasi perfetto.
Poi è arrivata una macchina, una di quelle dune-buggy che si noleggiano nelle località turistiche, ne sono scesi due ragazzi e tre ragazze, avranno avuto venti, venticinque anni.
Pallidi, di quel colore lattescente che hanno gli anglosassoni, con capelli lunghi e arruffati: si capiva che si erano appena svegliati, e che il loro unico pensiero era rivolto alla sabbia, al mare, al sole siciliano.
Ho pensato che quel biancore sarebbe diventato presto rosso ustione, ma mi hanno prevenuto cominciando a spalmarsi reciprocamente una crema svizzera col barattolo rosso, si raccontava che la usassero per salvaguardare i capezzoli delle vacche da latte.
Forse era una minchiata partorita dalla mente deviata del creativo di turno.
Mi sono seduto sul muretto dal lato del mare, con le gambe a penzolare nel vuoto, senza particolari pensieri.
Le ragazze si sono tolte il pezzo di sopra del bikini, e ridendo hanno continuato a imbiancarsi con la protezione solare lanciando gridolini e sospiri , e i seni sono diventati più bianchi di quanto non fossero naturalmente.
Guardandomi sul muretto mi sono detto “sembri il solito guardone anziano” e stavo per andarmene.
Nel frattempo è arrivato uno scooter, il tizio che lo guidava si è tolto il casco e si è seduto vicino, aveva la barba incolta e un aspetto trasandato.
Intanto io cominciavo a sentirmi a disagio, i ragazzi in spiaggia pareva si divertissero a trasgredire, sapendo di essere osservati.
Il tizio stazzonato che si era seduto accanto a me ha detto “sono pieni di vita”.
Mi sono detto, il solito pappagallo di paese che conosce quattro parole d’ inglese e ora tenterà di portarsi in giro qualche ragazza da far vedere agli amici.
L’ho guardato con uno sguardo neutro, ma sentivo crescere dentro una specie di rimprovero da somministrare.
Invece lo scooterista ha continuato “mia moglie ha un tumore, il dottore ha detto che ha tre mesi di vita”.
Ho di nuovo girato lo sguardo verso i ragazzi che ora si erano distesi a bersi il debole sole di aprile, poi mi sono alzato e sono tornato verso la macchina.
Ho premuto il pulsante di messa in moto, l’abitacolo si è subito riempito della pressione sonora dei Pearl Jam.

mercoledì 28 marzo 2018

giovedì 21 dicembre 2017

e vabbene: anche per quest'anno sono riuscito ad infilare un mio racconto in una antologia, seppure dal nome disdicevole.

mercoledì 22 novembre 2017

doctor, doctor

Sono arrivato alle 8, accolto, indirizzato in una camera con mobilio nuovo e dove tutto era funzionante. Bagno pulitissimo, con ancora il profumo del detergente utilizzato per igienizzarlo. Poco dopo è arrivato Lorenzo "sei il penultimo della lista, prima delle 14 non se ne parla". Mi sono messo di santa pazienza ed ho atteso, nel frattempo qualcuno ha tentato di incannularmi una vena, ma siccome sono un tipo profondo (così gli ho detto per rassicurarlo) non è stata una operazione facile, ma alla fine c'è riuscito.
Mi ero portato un libro dal metafisico titolo "Curarsi con i libri", uno di quei saggi che non si leggono tutto d'un fiato ma che richiedono momenti particolari, come i voli, le sale d'attesa silenziose, i momenti di sospensione del frenetico fluire della realtà. Poi alle 14 è arrivato un altro infermiere che mi ha trasportato con tutto il letto (nuovo, comodo ed ultraregolabile con un telecomando a portata di mano) giù nella stanza antistante la sala operatoria. Dentro, si stavano sciarriando, per piccoli problemi di turni e competenze, ma nelle sale operatorie del secolo scorso i chirurghi famosi imprecavano e smoccolavano selvaggiamente. Si è avvicinato Lorenzo, insieme al quale abbiamo cercato la migliore posizione sul tavolo operatorio, poi una dozzina di persone, mi hanno circondato, coperto di teli, collegato con fili, monitorato e osservato. Quindi Lorenzo ha detto "anestesia", "ok, andiamo" ho risposto io. Lui aveva preannunciato "una ventina di minuti di pazienza", e probabilmente ci ha messo meno tempo del previsto a togliermi dal braccio sinistro quello che due anni fa mi era sembrato uno sbandieramento del tricipite. Non era un braccio floscio ma un qualcosa che si doveva togliere, e così è stato. "Lo vuoi vedere?" mi ha detto Lorenzo dopo avere tagliato, tirato, strappato, elettrocauterizzato, cucito, pinzato, suturato e medicato. "No, lascia perdere". Poi una delle infermiere ha preso il reperto e ha detto "lo metto in formalina" e mi hanno riportato nella stanza, dove sono rimasto un altro paio d'ore e poi Donatella mi ha riportato a casa. Siccome non ero mai stato personalmente ospite degli ospedali siciliani, sono rimasto positivamente colpito dalla qualità della prestazione offerta: ho un ricordo americano che al confronto sfigura.
Mi ha impressionato il tragitto fino alla sala operatoria steso a faccia in su a guardare il soffitto, mi ha impressionato tutta l'organizzazione necessaria ad un intervento che io ritenevo una cosa da farsi "additta additta (in piedi e senza altre complicazioni), mi ha impressionato la lotta del Chirurgo con quella "cosa" che io pensavo essere flottante sotto al tricipite e invece era abbarbicata ai muscoli in un abbraccio durevole, mi ha impressionato il fatto che- pur avendo subito una anestesia locale- non ho sentito particolari dolori e ho invece percepito, come essere intorno al tavolo insieme agli altri e non a letto, tutto ciò che mi è accaduto. Mi ha impressionato sentire il rumore ovattato della sparapunti (mi hanno ricucito con una spillatrice?).Ora vedremo come andrà la notte, ma finora posso dire che sento meno dolore e fastidio di quando mi rompo un'unghia oppure devo affrontare un pelo di barba incarnito...ho sofferto più la mancanza del caffè al risveglio (vieni digiuno mi raccomando) che il resto. Vedremo.
Ps: mi hanno asportato un lipoma, una specie di palla di grasso che si forma spontaneamente e per imperscrutabili motivi da qualche parte random nel corpo, risparmiatevi visite e fiori se siete amici o cravatta nera e smorfia di circostanza se siete nemici. Sono già a casa "alive and kicking" e lunedi riprenderò a lavorare.